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Monday, 28 November 2016

POGAVRANJEN "Jedva Čekam Da Nikad Ne Umrem"


 POGAVRANJEN 
"Jedva Čekam Da Nikad Ne Umrem"
[ARACHNOPHOBIA RECORDS 2016]

Grottesco. Delirante. Un incubo convulso e incomprensibile, una febbre spossante cui si associno allucinogeni e alcolici. Queste alcune delle sensazioni finali da me provate, utili a render definibile, dopo i vari ascolti, "Jedva Cekam..." dei croati Pogavranjen. Spero non servano presentazioni per questo duo dissociato e disturbato proveniente dalla capitale croata; nati una decade fa circa, in soli quattro anni hanno sfornato tre album uno più alienante dell'altro; è quindi assolutamente consigliato un ascolto dei loro precedenti lavori qualora voi ancora non li abbiate mai sentiti.
"Jedva Cekam da Nikad Ne Umrem", ovvero "guardando avanti per non morire", un opus composto da sei canzoni, una costante caduta nel baratro dell'alienazione e di un, oserei dire, ontologico smarrimento nei meandri d'un esistenza incomprensibile. Addentrarsi nel mondo della band equivale a cadere, anzi de-cadere in uno stato inferiore ove il paesaggio ci presenta oniriche deformità del nostro "essere"; quasi  fossimo finiti nel mondo distopico di un uomo psicotico, alienatosi da qualsiasi realtà e immerso in acri e densi banchi di fumoso nulla, vaghiamo tremanti e impotenti in questa valle ghiacciata e nebbiosa. L'interpretazione dei testi è davvero impresa ardua, a partite dai titoli delle sei canzoni, criptici nella loro quasi totalità, rendendo ogni lettura illogica eppur valida, uno dei grandi pregi di questa malata realtà. Come le liriche, anche le musiche non seguono alcun canone o dogma "di genere" e partendo da lidi prettamente black metal, vanno presto alla deriva in balia di innumerevoli correnti, dal jazz più noir e sincopato a psichedeliche aperture melodiche e lisergiche, senza alcuna meta, incapaci di seguire la rotta eppure inaffondabili.
Che dire, son un amante delle band che eliminano al recensore o ascoltatore ogni possibilità di catalogazione/ettichettatura e i Pogavranjen, di questo, sono maestri indiscussi. Una sorta di avantgarde nero e acre incede senza intoppi per tutti i 45 minuti del disco, impossibile trovare o elencare tutti gli stili presenti nella composizione dei brani, lavoro oltretutto inutile e deleterio, perchè stà proprio nella compatta varietà delle canzoni l'assoluta bellezza di questo album. Nessuna traccia presenta forzature che possano far pensare ad una volontà non coadiuvata dalle capacità tecniche dei musicisti, al contrario, l'intensità è sempre alta, non concede alcun calo di tensione all'ascoltatore, rendendo praticamente impossibile scovare momenti banali o noiosi.
La qualità audio, altro punto di forza, è decisamente superba, calda e "naturale", senza alcun artificio digitale che possa "raffreddare" l'atmosfera.
In definitiva, questo è un disco che richiede un ascolto "intelligente" e "meditato", non adatto quindi a fruizioni da banale mercanzia discografica, eppur non ostico come posson risultare altre band varie e avantgarde come i Pogavranjen, che appunto riescono a colpire all'istante con la loro infinita capacità compositiva. Preparatevi vari bicchieri di pessimo whisky, chiudete gli occhi, eliminate ogni fonte di luce e inalate a pieni polmoni i miasmi di questa grandissima/psicotica band.

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