
I bolognesi Bland Vargar son uno dei vari casi di band che ha dell'incredibile e che, purtroppo, non ha forse avuto il giusto supporto. Autori di un black epico, a cavallo tra la scuola nord europea ed una vena che ricorda alla lontana band all'apice del panorama black metal "di culto" made in Italy (Altar Of Perversion e Goatfire su tutti), questi ragazzi han raggiunto una piena maturita' artistica con il presente "Perpetual Return" nel 2014. Dopo di che', oblio assoluto.
Da quello che leggo, qualcuno e' partito all'estero, qualche altro ha dato origine ad un progetto rock settantiano. In fin dei conti, poco importa. La cosa che un po' rattrista e' che questi ragazzi abbian trovato "supporto" prima in Francia per il loro precedente "Notturno 11" e poi in America per questo gran disco. In Italia? Chi era li' per dare una mano?
Al di la' di quello che possa pensare il sottoscritto, questo lavoro spacca! Se gia' con "Notturno 11" le basi per un successore di livello eran gia' presenti, con quell'epicita' che a tratti richiamava "Bergtatt" e sotto altri aspetti i primissimi Taake di "Nattestid", con questo nuovo capitolo, la band ha raggiunto una produzione ottimale per la proposta musicale che, nonostante le sopracitate influenze, ora brilla di luce propria sotto vari aspetti.
Grazie ad un drumming piu' affilato, rispetto al loro primo lavoro, riff si epici ma allo stesso tempo ben costruiti e non banali, basso che rinforza con un incredibile bilanciamento nel mix sia le chitarre che le ritmiche, ed una prestazione vocale "top notch", i Bland Vargar han limato per questo lavoro evocativi passaggi acustici e clean vocals di pura matrice neofolk.
Dopo un breve intro, inizia la mattanza con "Bruma (Of Wolf And The Hunt)", il brano piu' "nero" dell'intero lavoro, monumento alle origini della band che dimostra il meglio che i ragazzi han da offrire in ambito black metal.
Tra l'opener e la maestosa quarta traccia, affiorano capolavori come "The Altar Of Delusion" con quella chitarra pulita che si impone sulla classica forse traendo ispirazione da Gilmour o chissa' quali tempi o sonorita' passate, prima di riversarsi sulla lenta e dissociante intro di "Notturno 11 (Of Death And Rebirth)". Atipica e piu' vicina ad un black doom degno dei migliori Nihil Nocturne, la penultima canzone dell'album (ben sedici minuti di goduria), si spinge ancora piu' lontano per quel che riguarda le influenze della band mostrando un lato del loro sound che sino ad ora non era stato rivelato. Tra il depressivo e l'evocativo, son tanti i momenti di questo brano che fan viaggiare e qui il sound si rivede, evolve, si agita e lascia quelle chitarre zanzarose per esprimersi con un basso piu' carico di prima e lead che davvero dan i brividi.
Quando nel finale la conclusiva "Requiem" si fa avanti, dopo un applauso dovuto per l'appena trascorso momento estatico, con tanto di pioggia che si fa avanti tra fumi densi, si ritorna su sentieri neofolk che per un attimo mi han fatto sorridere mentre ricordavo i Tronus Abyss di "Rotten Dark".
Un lavoro che magari non avrebbe cambiato la scena, un disco che non ha offerto tanto in termini di "innovazione" del sound, tuttavia un lavoro che ha davvero delle ottime scelte sia a livello compositivo che a livello di gusti. Una band che ha qui trovato la sua dimensione artistica e che spero, un giorno non troppo lontano, risorga dalla tomba. Una realta' italiana che ha avuto tutte le carte in regola per far la differenza a livello non nazionale ma europeo.
Tanto rispetto per questo lavoro imperdibile.
Da quello che leggo, qualcuno e' partito all'estero, qualche altro ha dato origine ad un progetto rock settantiano. In fin dei conti, poco importa. La cosa che un po' rattrista e' che questi ragazzi abbian trovato "supporto" prima in Francia per il loro precedente "Notturno 11" e poi in America per questo gran disco. In Italia? Chi era li' per dare una mano?
Al di la' di quello che possa pensare il sottoscritto, questo lavoro spacca! Se gia' con "Notturno 11" le basi per un successore di livello eran gia' presenti, con quell'epicita' che a tratti richiamava "Bergtatt" e sotto altri aspetti i primissimi Taake di "Nattestid", con questo nuovo capitolo, la band ha raggiunto una produzione ottimale per la proposta musicale che, nonostante le sopracitate influenze, ora brilla di luce propria sotto vari aspetti.
Grazie ad un drumming piu' affilato, rispetto al loro primo lavoro, riff si epici ma allo stesso tempo ben costruiti e non banali, basso che rinforza con un incredibile bilanciamento nel mix sia le chitarre che le ritmiche, ed una prestazione vocale "top notch", i Bland Vargar han limato per questo lavoro evocativi passaggi acustici e clean vocals di pura matrice neofolk.
Dopo un breve intro, inizia la mattanza con "Bruma (Of Wolf And The Hunt)", il brano piu' "nero" dell'intero lavoro, monumento alle origini della band che dimostra il meglio che i ragazzi han da offrire in ambito black metal.
Tra l'opener e la maestosa quarta traccia, affiorano capolavori come "The Altar Of Delusion" con quella chitarra pulita che si impone sulla classica forse traendo ispirazione da Gilmour o chissa' quali tempi o sonorita' passate, prima di riversarsi sulla lenta e dissociante intro di "Notturno 11 (Of Death And Rebirth)". Atipica e piu' vicina ad un black doom degno dei migliori Nihil Nocturne, la penultima canzone dell'album (ben sedici minuti di goduria), si spinge ancora piu' lontano per quel che riguarda le influenze della band mostrando un lato del loro sound che sino ad ora non era stato rivelato. Tra il depressivo e l'evocativo, son tanti i momenti di questo brano che fan viaggiare e qui il sound si rivede, evolve, si agita e lascia quelle chitarre zanzarose per esprimersi con un basso piu' carico di prima e lead che davvero dan i brividi.
Quando nel finale la conclusiva "Requiem" si fa avanti, dopo un applauso dovuto per l'appena trascorso momento estatico, con tanto di pioggia che si fa avanti tra fumi densi, si ritorna su sentieri neofolk che per un attimo mi han fatto sorridere mentre ricordavo i Tronus Abyss di "Rotten Dark".
Un lavoro che magari non avrebbe cambiato la scena, un disco che non ha offerto tanto in termini di "innovazione" del sound, tuttavia un lavoro che ha davvero delle ottime scelte sia a livello compositivo che a livello di gusti. Una band che ha qui trovato la sua dimensione artistica e che spero, un giorno non troppo lontano, risorga dalla tomba. Una realta' italiana che ha avuto tutte le carte in regola per far la differenza a livello non nazionale ma europeo.
Tanto rispetto per questo lavoro imperdibile.
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